47 Rapporto censis con un occhio sui giovani all’estero

Buongiorno in questa splendente mattinata di Dicembre! Qualche settimana fa avevo pubblicato un articolo in cui vi invitavo a partecipare al sondaggio per il rapporto censis sulla situazione sociale del paese. L’iniziativa ha avuto molto consenso tra gli italiani all’estero, la rilevazione é ancora in corso e si chiuderà a fine dicembre.Chi non avesse ancora partecipato può farlo collegandosi al sito del Censis.

Il 6 dicembre é stato presentato il 47 Rapporto Censis all’interno del quale  é stato indicato tra i fenomeni dell’anno, la vitalità dei giovani italiani all’estero. Il rapporto ha avuto un buon risalto sui media, e si spera che ciò possa contribuire a portare all’attenzione pubblica un tema cruciale per il futuro dell’Italia e degli italiani. Sotto allego la copia del pezzo del rapporto che é anche già stata inviata a tutti coloro che hanno partecipato al sondaggio.

Si tratta di un’anticipazione di un testo più ampio che verrà presentato nei primi mesi del 2014.

Buona giornata a tutti, Ruth

censis

 

 I giovani, navigatori del nuovo mondo globale

Anche nel 2013 sempre più italiani hanno deciso di lasciare il Paese e avviare un nuovo progetto di vita oltre confine. Tra chi l’ha fatto per motivi di lavoro, per migliorare le proprie prospettive o per tro- varne uno, chi per ragioni personali e affettive, chi per sentirsi dav- vero cittadino globale, si tratta di un fenomeno crescente i cui effetti, per ora ancora poco visibili, sono destinati a impattare fortemente sulla società e sull’economia italiana.

Nell’ultimo decennio il numero di cittadini che hanno trasferito la propria residenza all’estero è più che raddoppiato, passando dai circa 50.000 del 2002 ai 106.000 del 2012 (+115%). Ma è stato soprattutto nell’ultimo anno che l’incremento dei trasferimenti è stato particolarmente rilevante (+28,8% tra il 2011 e il 2012), segno di una tendenza destinata probabilmente a estendersi ancora di più nel prossimo fu- turo. Nel 54,1% dei casi, i “cancellati” avevano meno di 35 anni e so- no andati ad arricchire le fila già copiose di un’Italia oltre confine che secondo l’Aire ammonta a oltre 4,3 milioni di connazionali.

Il trasferimento di residenza rappresenta però solo la punta dell’iceberg di un fenomeno molto più ampio che sta interessando sempre più italiani, soprattutto giovani. E mentre l’attenzione mediatica tende a metterne in luce singoli aspetti – la “fuga dei cervelli”, la ricerca di un lavoro che non si trova in patria –, la sensazione è che si tratti in realtà di una fenomenologia molto più complessa, in cui se da un lato si accelerano quei processi di mobilità internazionale che la società globale impone, dall’altro lato si nasconde il disagio crescente verso un Paese d’origine che non riesce più a garantire un futuro al passo con i tempi.

La società italiana al 2013 

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Che il fenomeno sia più esteso di quanto le statistiche ufficiali non dicano lo conferma una indagine del Censis condotta nell’ottobre del 2013, secondo cui circa 1.130.000 famiglie italiane (il 4,4% del totale) hanno avuto nel corso del 2013 uno o più componenti residenti all’estero per più di tre mesi. Nel 29% dei casi il parente è ritornato, mentre nel 71%, pari a più di 800.000 persone, si trova ancora all’estero e il 30% vi si trova da più di un anno. A questa quota si aggiunge un altro 1,4% di famiglie in cui invece uno o più membri stanno progettando la partenza o sono in procinto di trasferirsi.

Si tratta di un fenomeno che interessa trasversalmente la società italiana, ma che appare più radicato nelle grandi metropoli e tra i segmenti sociali più benestanti. Mentre infatti nei piccoli comuni la quota di famiglie con un componente all’estero oscilla attorno al 4%, tra i comuni più grandi cresce sensibilmente, per arrivare al 6,2% in quelli con più di 250.000 abitanti: un dato questo riconducibile alle dinamiche di mobilità territoriale e alle maggiori opportunità per chi vive in realtà metropolitane.

Ma a colpire è la maggiore tendenza ad “andare via” tra quanti vi- vono in nuclei con un livello di benessere più elevato. Cresce, infatti, all’aumentare delle disponibilità economiche la quota di famiglie con almeno un componente all’estero, passando dal 3,6% di quelle con reddito attorno a 1.000 euro netti mensili al 10,6% di quelle con reddito superiore ai 4.000 euro: segno di come anche le fasce di reddito medio-alto stiano subendo gli effetti della crisi.

Si potrebbe dire, ancora, come per andare all’estero sia necessaria non solo una famiglia che possa sostenere il costo di un soggiorno fuori dall’Italia (magari anche di costose rette universitarie), ma vi debba essere anche una “strumentazione” motivazionale legata ai va- lori dei ceti affluenti.

È soprattutto tra i giovani, il segmento oggi più coinvolto dai nuovi flussi di migrazione, che il confine tra la necessità e la voglia di andare via appare più sbiadito. Cittadini globali, figli della rivoluzione digitale, che ha cambiato le identità individuali e la percezione dei confini, fisici e sociali del mondo, quella che in patria assume i connotati di una fuga rappresenta invece forse più semplicemente la strada, in molti casi anche faticosa, di un’integrazione “fisica” con un mondo cui i giovani oggi già appartengono per connessione virtuale.

Quelle che a vasti strati della popolazione adulta appaiono ancora come barriere naturali – fisiche, per la lontananza dai luoghi d’o- rigine o semplicemente per il clima, o relazionali, per le differenze  culturali e linguistiche – sono per le giovani generazioni il terreno di coltura per nuove esperienze, un modo diverso di vivere il mondo e la loro età.

È in questo spirito forse l’unico vero collante della pluralità di esperienze di cui oggi tanti più italiani sono protagonisti, per una breve o prolungata stagione della propria vita. Fenomeno emergente, quindi, che trova ragione in tanti e distinti fattori: la crescita dei flussi di mobilità europea e internazionale per ragioni di studio (sono il 15,4% del totale i laureati della specialistica/magistrale del 2012 che hanno avuto un’esperienza di formazione all’estero); la ricerca di lavoro in contesti più ricchi di opportunità; le conseguenze di un mondo i cui confini si sono allargati e in cui l’internazionalizzazione di processi e strutture accentua la mobilità dei lavoratori; o la voglia di attuare all’estero il proprio progetto di vita, per sentirsi cittadini del mondo e per dare pienezza e libertà alla propria esistenza.

Lo spaccato che emerge dai primissimi risultati di un’indagine condotta dal Censis a partire dal mese di ottobre 2013 sugli italiani che vivono all’estero, e che ha riguardato in prevalenza giovani e persone con meno di 45 anni, consente di approfondire alcune caratteristiche di questa fetta di popolazione di cui si parla molto, ma si sa ben poco.

Il primo dato che emerge è l’accelerazione dei processi migratori avvenuta negli ultimi anni. Quella di trasferirsi all’estero, anche per un breve periodo della propria vita, è stata per la maggior parte degli italiani una scelta recente, avvenuta a cavallo tra il 2008 e il 2013. Ben il 59,2% vive fuori dall’Italia da meno di cinque anni e, di questi, il 26,4% da meno di due. E se il 26,5% vanta un’anzianità più elevata ma comunque inferiore ai dieci anni, solo il 14,2% vive ormai da più di dieci anni oltre confine.

Malgrado il cambiamento sia avvenuto di recente, risiedere all’estero ha consentito di mettere nuove radici in tempi relativamente rapidi e consolidando la volontà di stabilirsi oltre confine. Quasi la metà dei giovani che si trovano all’estero (il 44,8%, ma tra gli over 30 la percentuale sale al 56%) vive ormai stabilmente in un altro Paese, o quanto meno intende farlo. Mentre, sul versante opposto, il 13,4% considera la propria presenza fuori dall’Italia del tutto temporanea, legata a un periodo di formazione o di lavoro. Per un ulteriore 41,8% dei giovani connazionali all’estero il futuro appare ancora tutto da decidere: il 24,7% si trova oltre confine, ma non ha progetti molto precisi sul da farsi, se restare o ritornare; e la stessa incertezza di fondo contraddistingue quanti, pur trovandosi all’estero per un periodo di tempo limitato, si stanno però attivando per restarci (17,1%).

Il fatto che una quota così consistente di italiani intenda stabilirsi all’estero è legata in gran parte alle opportunità occupazionali che contraddistinguono altri Paesi rispetto all’Italia. A fronte di un 20,4% che si trova all’estero per ragioni formative, i più per seguire master e dottorati (13,3%), la maggioranza (il 72%) ha un’occupazione, mentre il 5,3% ne sta cercando attivamente una.

Tra gli occupati, i più (57,1%) lavorano per aziende o organismi stranieri o internazionali, mentre vi è un 5,7% occupato presso un’impresa o struttura italiana con sedi all’estero. Significativa è anche la quota di lavoratori autonomi (il 9,2% del totale) che hanno un’impresa o svolgono un’attività libero-professionale: segno di come quella che in Italia sta diventando una vera e propria “impresa nell’impresa” – l’avviare un’attività in proprio – all’estero rappresenti forse un obiettivo di più accessibile portata.

Se generalmente chi lavora si colloca al livello alto o intermedio della piramide professionale, c’è da segnalare che quello della preca- rietà del lavoro tra i giovani resta anche all’estero un nodo importante; non irrisolto però come in Italia, dove le conseguenze derivanti dalla perdita di lavoro sono ben più gravi. A ben vedere, infatti, tra quanti dichiarano di svolgere un lavoro alle dipendenze “solo” il 57,8% ha un’occupazione permanente; il 39% ne ha una temporanea, l’1,3% svolge uno stage o tirocinio, mentre l’1,8% è occupato irregolarmente.

È indubbio comunque che la possibilità di sviluppare un proprio percorso professionale non in una logica al ribasso, ma coerentemente con le proprie aspettative di vita, abbia rappresentato una motivazione determinante per gran parte dei giovani che hanno deciso di trasferirsi.

Si tratta di una spinta che ha trovato però forza anche in altri fattori. Prima ancora che motivato dalla possibilità concreta di trovare un lavoro, chi se ne è andato lo ha fatto per darsi migliori prospettive e chance di carriera e di crescita professionale: è questo il fattore considerato da ben due intervistati su tre (il 67,9%) determinante nella scelta di trasferirsi. E se la metà (51,4%) indica invece la possibilità concreta di trovare un’occupazione, il 54,3% è stato invece più spinto dalla convinzione che solo all’estero si possa sviluppare un progetto di vita e migliorare la qualità del proprio vivere quotidiano. Ma importante per molti è stato anche il desiderio puro e semplice di fare un’esperienza di tipo internazionale, indicato al quarto posto dal 43,2% degli intervistati.

Seguono altri fattori, meno condivisi, ma che pure hanno pesato fortemente nella scelta di quegli italiani che sono andati all’estero.

Circa un quarto (il 26,5%) dichiara che è stata determinante la voglia di lasciare un Paese in cui non si trovava più bene; per una quota simile ha pesato in modo decisivo il fatto che si fosse presentata una concreta opportunità di lavoro o di formazione da parte di aziende o università. Per alcuni hanno pesato molto le ragioni affettive: il 15,2% si è trasferito per seguire una persona cara e ben il 12% per vivere al meglio e in piena libertà la propria dimensione di vita sentimentale, senza essere vittima di pregiudizi o atteggiamenti discriminatori, come nel caso di omosessuali o madri single.

Quali che siano le ragioni di fondo, una volta partiti, i giovani ita liani sembrano trovare oltre confine risposta alle proprie aspettative. Per quanto vivere lontano dall’affetto e dal supporto familiare resti per quasi tutti fonte di amarezza, e il vissuto quotidiano non sia privo di difficoltà, anche e soprattutto da un punto di vista relazionale, la stragrande maggioranza non rimpiange la scelta fatta. Anzi, l’esperienza di vita all’estero ne rafforza la valutazione positiva. Un quarto non sa dirsi ancora completamente soddisfatto; il 19,3%, pur non avendo ancora realizzato quello che sperava, non si considera comunque deluso dall’esperienza; il 7,4% dichiara che è ancora presto per giudicare. Infine, ben il 72,7% afferma con fermezza che quella fatta è stata una scelta giusta e di piena soddisfazione.

Proprio il vivere in contesti socialmente e culturalmente diversi, rispetto ai quali l’Italia non riesce, per la maggioranza degli intervistati, a reggere il confronto, lascia emergere un giudizio pessimista ed estremamente disincantato su un Paese che la metà degli interpellati (49,2%), pur riconoscendone l’immensa ricchezza di risorse, considera affossato dalla sua classe dirigente e un terzo (36,3%) giudica in declino inesorabile, destinato a essere sempre più marginale. Solo il 14,5% complessivamente salva l’Italia: pensando che in definitiva sia un Paese come un altro, con i suoi pregi e difetti (9,5%), e per certi versi migliore di quanto non appaia (5%).

Quello che al confronto con l’estero appare il difetto più intollerabile è l’assenza di meritocrazia a tutti i livelli del sistema-Paese, denunciata a gran voce dal 54,9% degli intervistati. Un aspetto che per molti deve avere inciso fortemente sulla stessa scelta di andarsene, vista l’ampia condivisione che emerge su tale punto, prima di altre questioni che pure affliggono l’Italia quali il clientelismo e la bassa qualità delle classi dirigenti (indicati dal 44,1%), la carenza e scarsa qualità dei servizi (28,7%), la scarsa attenzione per i giovani (28,2%), lo sperpero di denaro pubblico (27,4%). Colpisce anche trovare al terzo posto (lo indica il 34,2%) l’imbarbarimento culturale della gente: una denuncia forte che non esenta nessuno dalla responsabilità di avere contribuito a costruire l’attuale presente.

La nuova emigrazione sembra insomma avere poco a che fare con lo stereotipo non poi così lontano nel tempo del migrante che si tra- sferisce continuando a sognare di tornare prima o poi in patria. È figlia di un’epoca globale in cui il concetto stesso di migrazione sfu- ma di significato e quello di cittadinanza globale si afferma come dimensione identitaria delle persone. Ma non per questo se ne possono trascurare gli impatti e le conseguenze.

Quella che si va consumando negli ultimi anni è la partenza di sempre più giovani, per lo più qualificati, le cui conoscenze e competenze trovano all’estero quelle occasioni di valorizzazione che in patria non hanno, per le deficienze strutturali di un sistema che, benché in profonda crisi, non riesce a compiere la svolta di mettere al centro della propria organizzazione il merito.

La migrazione di capitale preoccupa perché brucia anni di investimenti formativi fatti dalle famiglie e dallo Stato, depaupera il Paese di quel bacino di capitale umano più qualificato che potrebbe dare un contributo decisivo per la ripresa e fa ricadere sul vissuto familiare il peso di quella bassa attrattivitá espressa dalla scelta di un figlio di andare via. Tuttavia, a fare davvero paura sono le ripercussioni che questo fenomeno avrà sul futuro, nemmeno tanto lontano, dell’Italia.

La nuova questione emigrazione richiede risposte all’altezza, che riguardino non il quantum degli incentivi per far tornare i “cervelli in fuga”, ma come rilanciare un Paese sempre meno attrattivo per chi ci vive. Con l’obiettivo ultimo che quanti fanno un’esperienza oltre confine trovino nell’esperienza internazionale un’occasione di arricchimento, da rispendersi magari in patria, e non la ragione di un “non ritorno”. E fare in modo che quella che può essere un’opportunità non finisca per diventare una scelta di vita, per molti versi obbligata.

Posted on by Ruth

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