LABORATORIO DI SCRITTURA CREATIVA “LE BALENE POSSONO VOLARE” – RACCONTI

“Le Balene possono Volare” è un laboratorio di scrittura creativa in italiano, ma anche, e soprattutto, un luogo d’incontro ove i partecipanti hanno la possibilità di confrontarsi ed apprendere tutto ciò che ruota attorno alla letteratura.

Le balene possono volare, dunque, perché con la creatività possiamo diventare qualsiasi cosa e realizzare ogni nostro sogno. Possiamo creare mondi che non esistono oppure migliorare o peggiorare quello in cui viviamo. Possiamo essere tutto ciò che abbiamo sempre desiderato oppure possiamo trasformarci nel nostro peggior incubo.

Possiamo capovolgere le prospettive. Possiamo far volare ogni cosa se solo siamo in grado di mettere le ali alla nostra fantasia.

In questa sezione saranno riportati, di volta in volta, alcuni tra i racconti e gli esercizi dei partecipanti al laboratorio.

vento

credits Corinne 

Il Vento

 Di Simone Golinelli

(racconto)

 

Basta un passo, un solo passo.

Ma non lo faccio, decidendo per un altro movimento. Chiudo gli occhi ma non smetto di guardare, come se le palpebre fossero trasparenti. Tutta quest’acqua davanti, ma quanta ce n’è? Rende l’idea chiamarlo oceano. Niente onde oggi, tutto tace, tanto che a guardare l’acqua ti sembra impossibile che la tempesta esista. C’è solo il canto dei gabbiani e un piccolo peschereccio di halibut e merluzzi, che raccoglie in lontananza. Una volta avevo letto che i gabbiani, monogami e fedeli scelgono una compagna e la tengono per la vita. Da allora mi sono sempre piaciuti. I gabbiani. E poi c’è il cielo. Molto, forse più del mare. Tanto che se guardo dritto non vedo altro che una linea orizzontale a separare due blu diversi, essenziali, ma esatti.

Apro gli occhi e guardo giù. Vedo il bordo ad un passo da me e ancora l’oceano, duecento metri  più in basso. Moher, è così che si chiamano. Scogliere di Moher, che significa scogliere della Rovina. Preferisco chiamarle così: della rovina. Anche questo un nome puntuale, come la promessa di una malinconia, il giuramento di un’assenza. Bianca la conosceva bene la malinconia, forse per questo le piaceva tanto questo punto del mondo. Era il suo modo per scaldarsi, per coprirsi, soprattutto d’inverno con la neve fuori e gli occhi fissi sul fumo del caffé, come se li dentro ci fosse un segreto. Diceva che qui si sentiva giusta, che se la natura aveva creato un posto così malinconico, allora voleva dire che era un sentimento corretto, usabile. Come se la scogliera, il silenzio, le nuvole basse e la luce opaca, certificassero un sentimento giustificandone l’essere.

 

Fu lui a portarmi Bianca: il vento. Quello che oggi non c’è. Ed è stato sempre il vento a portarmi fino a qui. Non come luogo, ma come tempo. Qui. Oggi. Se guardo indietro lo vedo: è stato il vento a gestite la mia vita. Ad accompagnarmi come fossi una nota, come fossi uno di quei fiori bianchi su cui Bianca soffiava per spargerli ovunque, nell’attimo prima di scoppiare a ridere, colorando tutto il resto a secchiate.

Ricordo con esattezza il primo giorno in cui incontrai il vento, lasciando che lui decidesse per la mia vita. Sono passati trent’anni ormai. Era l’estate dopo il primo anno di scuola e io giocavo nel cortile dalla casa di campagna dove vivevo con mia nonna, tutto quello che restava della mia famiglia. Ricordo che giocavo con dei pulcini, mettendo la mano dentro la gabbia e guardandoli scappare agli angoli, goffi e impacciati come un vecchio che ha fretta. Mi immaginavo un domatore di bestie come quelli che avevo visto in televisione e ingenuamente, credevo che se avessi messo dentro e fuori la mano per un numero sufficiente di volte, poi i pulcini avrebbero capito che non c’era d’aver paura e quindi non sarebbero più scappati. Sarebbe stato il mio trionfo tra applausi e inchini, ma continuavano a scappare e io lasciai perdere giocando ad essere qualcun altro. Ma dopo pranzo, avevo fame era quasi ora. Feci il giro della casa per entrare e a qualche metro dalla porta, vidi uscire ed allontanarsi due uomini con la cravatta nera che staccava sulla camicia bianca. Ricordo li guardai contento, ingenuo come tutti i bambini. Non sapevo chi erano e cosa fossero venuti a fare, per me l’unica cosa importante era che guardandoli avevo capito che dopo, avrei giocato all’agente segreto. Entrai di corsa, felice dei miei nuovi progetti, ma in cucina mi fermai sul posto, sorpreso di vedere ciò che non mi aspettavo. Era tutto sbagliato. La tavola non era apparecchiata, i fornelli erano spenti e senza nessun odore, la cucina sembrava vuota. Eppure era ora di pranzo. Ricordo che guardai mia nonna seduta al suo posto, quello più vicino ai fornelli. Teneva i gomiti sul tavolo e la faccia nascosta tra le mani. Ero piccolo e anche se sentivo che qualcosa non andava, nessuno mi aveva ancora insegnato cosa dire, così restai zitto e fermo. Come fossi in punizione. E aspettai. Ricordo allora che la nonna mi guardò, sollevando la testa, senza muovere le mani, accarezzandosi il viso e fermando le dita poco sotto la bocca. “Non contiamo nulla io e te. Il vento vale di più”. Mi disse solo questo. Lasciammo la casa un mese dopo, il cantiere per la prima pala del vento a un centinaio di metri dal cortile coi pulcini. Più altri otto nel giro di un anno a seguire il progetto della centrale eolica. Fu quella la prima volta che incontrai il vento. Il giorno che mi mandò in esilio.

 

Basta un passo, un solo passo.

Dalla tasca destra della giacca tiro fuori il telefono, in un gesto più istintivo che altro. Poi,  tenendolo con due dita, lo alzo fino all’altezza degli occhi, come se stessi regolando uno specchietto retrovisore. Non mi piace quello che vedo nel riflesso. Barba lunga, occhi stanchi. Rimetto il telefono in tasca. Non ho più nulla da controllare ormai, nemmeno la mia faccia e scambio il presente con i ricordi. Ero in spiaggia quando conobbi Bianca. I capelli neri come una pupilla e quel suo costume rosso a staccare sulla pelle abbronzata. Ero seduto sul telo, da solo, con l’intenzione di restarci. Le gambe incrociate e le mie cose piegate in ordine appena oltre il bordo dell’asciugamano. Mi misi le cuffie, deciso a chiudere fuori l’entusiasmo di una spiaggia affollata d’agosto, usando la musica per farlo. Ricordo che cercavo di decidere, se fosse più appropriato disallineare il tempo della spiaggia ascoltando qualcosa di lento o al contrario prenderne l’esempio e scegliere una musica più croccante. Con le orecchie chiuse nelle cuffie, la palla a spicchi colorati che mi arrivò addosso, non fece nessun rumore. Mi spaventai anzi, come a volte accade davanti ai gesti che non hanno un suono, come davanti ai sorrisi. Liberai le orecchie e mi voltai a guardare la palla. Fu allora che la vidi. Correva verso di me, con le braccia in avanti come se stesse tenendo una scatola che vedeva solo lei. Si scusò dicendo che la palla era volata via per un colpo di vento e nel farlo si spostò il sipario di capelli dietro le orecchie, in un gesto fluido nel quale restai impigliato per sempre. Ciao, mi chiamo Alex, sarebbe stata la cosa più sensata da dire, ma quello che mi uscì fu  “ Jon Hopkins o i Motel Connection?” facendo riferimento alla musica. Lei sorrise portandosi dietro anche gli occhi e cancellando ogni cosa. E disse “ E’ una domanda difficile, credo che dovremmo parlarne un po’ ”. Fu così che conobbi Bianca. Un giorno sulla spiaggia, quando il vento asciugò la mia solitudine.

E fu sempre lui, il vento a portarmela via. O meglio, quello che Bianca fece per raggiungerlo, per trovarlo. Nella gara tra un albero e una macchina, si sa chi vince. Stava tornando a casa, da noi, ma non ci arrivò mai. Interrotta tra le lamiere della decappottabile, accartocciata contro l’albero. Andava forte, lo so, come sempre, barattando velocità con entusiasmo. Amava quando il vento le faceva volare i capelli. Diceva che non capiva quelli che comprano una cabrio e poi la guidano col cappello. Diceva che era uno spreco come le uova sode, lei che le mangiava sempre al burro, anche nell’insalata. Mi ricordo che quando guidavo io, metteva la mano fuori dal finestrino. La teneva di taglio, come fosse un coltello o un colpo di karaté. Lasciava che il vento la spostasse in su o in giù, ruotando leggermente il polso. E ogni volta che la vedevo fare quel gioco, mi venivano in mente gli aeroplani di carta che facevo da piccolo. La cura con cui li piegavo e ne controllavo l’aerodinamica. Sperimentando alettoni e fogli differenti, per poi farli volare giù dal balcone del condominio dove vivevo con nonna.

 

Basta un passo, un solo passo.

Mi apro la giacca. Tutti i bottoni, dall’alto al basso e lascio che diventi bandiera. Ma non si muove nemmeno aperta, molle e abbandonata. Niente vento oggi. Speravo arrivasse, chiamato da qualcosa da far volare. Allora seguo un gesto, insopprimibile, irrinunciabile. Mi tolgo la giacca e la butto giù, come se fosse un unico, ovvio gesto. La vedo cadere, aprirsi, gonfiarsi, accartocciarsi e scomporsi, diventando sempre più piccola. E in quel momento mi accorgo di sorridere. Chissà perché ci stupisce sorridere nei momenti poco affini alla felicità. Ogni momento è affine alla felicità. Quindi continuo, sorrido e vado avanti. Letteralmente. Sollevo il piede destro e inizio il passo. Quello che mi manca. Sorrido e ripenso a mia nonna, ai suoi gesti lenti, alle sue mani esatte con un solo anello, quello del matrimonio. Sorrido e muovo il piede in avanti, sbilanciandomi appena, ripensando alla nostra casa in campagna, quella che ci hanno portato via. Sorrido e non vedo il piede già davanti a me come se dovessi salire un gradino. Perché penso a Bianca. Sorrido e la ascolto dirmi che divide il mondo tra quelli che scelgono il cioccolato e quelli che invece, la vaniglia. Sorrido e regalo il piede al vuoto, che mi tiri a perdere la guerra con l’equilibrio, a perdere la guerra con la gravità. Che mi tiri, precipitando, a incontrare il vento. Che mi tiri a incontrare…

Bianca.

Si esatto, proprio…

Bianca.

E in quel momento il tempo esplode, si dilata e quasi si ferma. Quello che per gli altri è un istante per me è eternità. Il dubbio placa il tempo, penetra nell’attimo e gli si gonfia dentro come un canotto. Il dubbio a precedere la certezza limpida che quel nome lo hanno sentito anche le mie orecchie. E’ in quell’attimo eterno che il mio corpo reagisce e mi chiede di non morire. Le mie ginocchia si piegano, le mie braccia scorrono all’indietro come fossero batacchi di una campana, trascinando con se anche le spalle, il busto, la testa. Trascinando me, all’indietro. Facendomi cadere seduto con le mani appoggiate al suolo, come fossero funi di ancoraggio per una tenda. Sono vivo, sono ancora vivo, i miei sensi lo confessano. Sento il dolore dei sassi che mi bucano i palmi delle mani. Vedo i miei piedi già oltre il burrone come fossi su uno scivolo pronto a partire. E sento ancora il suo nome.

Bianca.

Non riesco ad alzarmi e in un movimento isterico, striscio indietro scappando dal vuoto, aiutandomi con le braccia e trascinando le gambe, come se al posto del bordo ci fosse un uomo in piedi a puntarmi una pistola. Solo ora mi rendo conto di quello che stavo facendo. Bianca amava la vita, non avrebbe mai voluto che interrompessi la mia.

Mi volto girando solo la testa ed è allora che la vedo. C’è una bambina. C’è una bambina immobile, poco dietro di me. Giacca rosa e un berretto di lana troppo basso quasi a coprire gli occhi. Mi guarda senza espressione, come fanno i bambini quando vedono qualcosa che non capiscono. I nostri occhi sono alla stessa altezza. “Ciao Signore” dice, con l’innocenza dei sogni senza compromessi. E poi di nuovo il suo nome urlato da lontano. Bianca… E’ così che deve chiamarsi questa bambina. Sposto lo sguardo cercando l’origine di quella voce e da dietro una roccia, poco lontano, appare una donna come dopo un trucco di magia venuto bene. Corre verso di noi. Raggiunge la piccola Bianca, la afferra da dietro inginocchiandosi. Il suo cappotto rosso allora si apre e si appoggia al suolo, coprendolo come se dovesse scaldarlo. O proteggerlo. Anche lei come me ha il viso saccheggiato da un’eventualità terribile. Gli occhi sgranati e il respiro affannato. Ci guardiamo ed è come specchiarsi. Ci scambiamo i dolori e riconoscendoci tra naufraghi, ci calmiamo. Il respiro torna normale, il cuore scende e per un attimo tutto si sospende. Un attimo, solo un attimo. Poi accade. Eccolo: il vento. Una folata secca, vivace ed è come attraversare una porta, quella di casa. I suoi capelli esplodono vivi come tentacoli, allontanandosi dall’ordine. La guardo tentare di domarli, alzando una mano a rinchiuderli il più possibile dietro le orecchie. Quel gesto. Ancora quel gesto. Come sulla spiaggia tanti anni fa. Diverso nel movimento, ma con la stessa luce, con lo stesso silenzio attorno. Allora i miei occhi si fanno pesanti, come trascinati dall’emozione e si abbassano a guardarle la bocca che in quell’attimo si piega e mi sorride. Un brivido mi rapisce senza riscatto, ma non è il freddo, non è il vento che adesso soffia tra noi. E’ quello che ho visto. Ho visto un posto nuovo dove voglio abitare. Un tempo che voglio trascorrere. Una vita che voglio inventare. Un tutto in cui perdermi. Ecco un momento affine alla felicità e allora sorrido anche io e guardo la piccola Bianca, sperando che adesso possa capirmi. Mi accorgo che tra le mani ha un piccolo aeroplano di carta. La guardo fare un passo verso di me, uscendo dolcemente dalle braccia che la circondano. Quelle braccia che la lasciano andare e le permettono di avvicinarsi. Bianca è ad un passo da me adesso, alza l’aeroplano e me lo porge tenendolo con due mani come si fa con le cose importanti. Dice: “Vuoi far volare il mio aeroplano, Signore?”.

 

ROSSO

 

(esercitazione)

Autori Costanza Antoniella, Carlo Trimarchi, Gioia Traquandi

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Rosso. Rosso come le mie mani, rosso come i miei capelli, rosso come i miei occhi. Scorre sotto i miei piedi caldo e affascinante. Cammino, non ne vedo un inizio. Corro. Respiro corto, mani sudate, voglio trovare la fine: di sicuro è lì, dietro quelle montagne rosa. Alla foce del fiume c’è la verità e io posso capire. Ma sono stanco di correre e ho sete. Mi affaccio e non mi riconosco, il mio riflesso è distorto, il mio occhio allucinato non riconosce quell’immagine. C’è qualcosa che non va: le mie mani sono rosse, appiccicose ed emanano un odore pungente. Non ricordo niente, solo quel cartoncino sulla lingua e un urlo.

Cosa ci fa il piccolo Kyle steso a terra?

 

IL FULMINE

Di Ruth Stirati e Rossana Bianchi

(esercizio)

 

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credits:Mr. Freddy

Era una di quelle serate estive dove non si muoveva una foglia, l’aria era asfissiante e calda, il cielo plumbeo. La temperatura rasentava i 40 gradi all’ombra.

Gianbattista Taddei era stato costretto ad uscire nonostante non ne avesse la minima voglia. D’altronde, per lui qualsiasi cosa che esulasse dalla sua abitudinarietà significava un enorme sforzo. Era la sera della festa di fidanzamento di sua sorella e si svolgeva in una sfarzosa villa alla periferia della città.

Mentre tutti ballavano, bevevano, ed erano felici, Giambattista Taddei li osservava con disgusto. Cosa non avrebbe dato per potersi inventare una scusa e scappare da quell’umanità varia e puzzolente. L’unica cosa che a lui piaceva era completare la settimana enigmistica che poi conservava gelosamente nel suo piccolo e ordinato mondo casalingo, che ora gli mancava così tanto! Si sarebbe volentieri seduto nell’angolo più isolato della sala, al riparo dall’umanità. Eppure, c’era un caldo afoso che non dava tregua, che era impossibile rimanere all’interno. Il sudore gli stava colando lungo la schiena, la camicia era attaccata alla pelle, la fronte e i capelli madidi.

Gianbattista si alzò boccheggiando e faticosamente raggiunse il grande terrazzo della villa, dove si svolgeva parte della festa. Non si stupì di non ricevere alcun sollievo dall’aria umida e asfissiante, ma improvvisamente qualcosa cambiò. Un vento profumato di pioggia lontana arrivò improvviso e violento e rovesciò sedie e scompigliò capelli. Proprio in quel momento Gianbattista guardò al cielo e quello gli rispose. Un fulmine lo colse scaraventandolo a terra, privo di sensi. Quando si svegliò si trovò circondato da una folla di gente sconosciuta che lo guardava con apprensione. Erano tutti vestiti a festa e sembravano incuranti della pioggia scrosciante.

“Quanta bella gente! Non sarò mica ad una festa?!” disse gioviale.

 

ARIMANE

Di Daniele Magnani

(racconto)

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Solo all’ultimo momento vide la freccia che, brillante e silenziosa, correva verso il centro del suo petto. Con un ultimo disperato tentativo chiuse il carapace ma contro la freccia, contro quella freccia, non c’era alcuna speranza. Il carapace crepò perfettamente a metà, e il dardo penetrò fin dentro la carne, trafiggendo anche la spina dorsale.  Arimane cadde a terra, privo di fiato e atterrito dalla fulmineità della sua fine. Ormai senza alcun controllo del suo corpo, con le gambe e la coda disarticolate dagli spasmi, sentiva per la prima volta l’orrore del freddo. Era ancora un satanasso imponente, per quanto generato nella notte dei tempi, forse all’alba stessa del regno di Lucifero.  Le sue carni, rosse come il carbone ardente da cui presero forma, erano esaltate dalle nervature che percorrevano tutto il corpo.  Ah, quanto successo ottenevano quelle carni, tanto in battaglia, quanto nelle notti di Novilunio, quando l’oscurità risplendeva e solo il rantolo affannoso delle orge luciferine celebrava la voglia di esistere dell’intero pianeta. E ora, mentre le nervature perdevano contatto col resto del corpo, mentre gli occhi accesi di fiamma andavano spegnendosi, Arimane capiva che non era solo la sua fine a essere vicina.

Il suo nemico gli si parò davanti e con fare sprezzante, schiacciandogli la coda ormai inerte, attaccò: “Così cadde Arimane, dunque. Non perdere tempo a tentar di parlare, le tue parole sono vuote, oramai prive di forza, come il corpo che per poco tempo ancora ti ospita.” Cupido, nemico d’infinite battaglie, era riuscito a sconfiggerlo. Schiere di cherubini presero a girargli vorticosamente intorno, indicandolo, schernendolo, prendendosi allegramente gioco del nemico sconfitto. Provava repulsione per quegli esseri gelidi, capaci di nascondere dietro al sorriso più innocente l’odio più feroce. Esseri tristi, schiacciati dal potere del loro padrone, assuefatti alla colpa di vivere, incapaci di accettare che il vivere stesso potesse rendere felici. Si era chiesto spesso se tanto odio nascesse dalla loro totale mancanza di organi sessuali, o se quella mancanza fosse diretta conseguenza della tristezza delle loro vite. Ora mentre i cherubini lo sovrastavano, inneggiando laudi al loro sfuggente padrone, Arimane sentiva che non ci sarebbero più state celebrazioni di Noviluni, sentiva che nessun satanasso avrebbe più fumato le erbe uncinate, nessuna lussuria avrebbe più acceso le notti di Novilunio, nessuna vita avrebbe avuto più senso di essere vissuta.

 

L’ESORDIO

Di Serena Montera

(Racconto)

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credist: Jacopo Gori

Ho sempre guardato affascinato e curioso le persone cosiddette ai margini dalla società civile. Probabilmente una reazione inconscia all’educazione conservativa che la mia famiglia si preoccupava con insistenza e rigore di impartirmi. A quel tempo avevo sette anni e non ero molto felice, ricordo. La mia acerba coscienza m’impediva di capire me stesso, ma mi sentivo come nel posto sbagliato.

Sempre all’inseguimento di mio padre e dei suoi impegni di lavoro, cambiavamo casa circa ogni due anni. Ci eravamo appena trasferiti a Venezia, un posto sconosciuto e misterioso per me a quel tempo. Sapevo solo che abitavamo in una casa enorme dall’arredamento ancora essenziale, composto da mobili prestigiosi e dall’aria severa. L’appartamento dava su una grossa piazza con al centro una fontana. Sopra vi si affacciavano alcuni negozi e vi passeggiavano famiglie, coppie di vecchie signore, giovani ragazze e ragazzi puerili che sghignazzavano passando, uomini da soli o accompagnati, qualche cane qua e là la domenica mattina, quando c’era il mercato. Ricordo ancora bene quel luogo. Come potrei dimenticarlo. Le scene di vita che per qualche motivo restano impresse nei ricordi sono spesso ricche di particolari influenti, e tutto rimane chiaro e indelebile.

Senza nessun amico e senza la possibilità di potermene fare, ricercavo i miei sfoghi di bambino in quello che mi circondava, e di solito era qualcosa di inanimato. Pur essendo figlio unico venivo quasi ignorato in famiglia. Un nucleo minimo il nostro: padre, madre ed io, tutto girava intorno a mio padre e al suo lavoro; ma non amo soffermare la mia attenzione su di lui. Quando potevo, stavo fuori casa. Non mi era permesso lasciare il quartiere, ma a quel tempo la mia piazza mi bastava: rivelava gradualmente una trama fitta e variegata di vissuto, di cui volevo in qualche modo fare parte.  C’erano dei frequentatori occasionali e altri fissi. Quelli fissi erano i signorotti del quartiere, sempre seduti al bar “Dissapore”, l’unico con i tavolini all’esterno. Due mendicanti muniti di slogan, che si guadagnavano la giornata. Una ben allestita salumeria, dove clienti affezionati passavano regolarmente almeno per il pane e il latte. Qualche volta comparivano scolaresche disordinate o gruppi di turisti interessati.

Mona attirò subito la mia attenzione.

Abitavamo lì da appena un mesetto e mi accorsi che qualcuno viveva per strada. Dormiva in una specie di nicchia di pietra presente in uno dei grossi palazzi che accerchiavano la piazza, quello accanto al vicolo del teatro: lo chiamavo così perché pieno zeppo di negozi e botteghe che producevano e vendevano ogni sorta di materiale, costume, maschera, parrucca e attrezzo di scena per teatranti. Mona era un omone grosso, goffo nei movimenti e con un’andatura altalenante a causa di problemi neurologici. Camminava con passi rapidi, brevi e scattosi trascinando gli arti tesi e rigidi in accelerazioni involontarie. In più, era tutto spostato in avanti come se avesse un grosso peso sulle spalle da mantenere in bilico. “Un’andatura anserina” l’aveva definita mio padre.  Mona in dialetto veneto significa qualcosa tipo “babbeo”, era così che i ragazzini del quartiere di solito insultavano l’omone, così che ormai tutti lo chiamavano Mona senza badare più al significato della parola, come se fosse un nome qualunque. D’altronde non badavano neanche a lui.

Passarono alcuni mesi e la nostra casa con il tempo divenne più bella ma non cambiò il fatto che io preferissi rimanerci il meno a lungo possibile. Cominciai a trascorrere molti pomeriggi ad osservare Mona. Percepivo che viveva la sua vita in un mondo lontano dal mio: un luogo sorprendente e audace di cui non ero in grado di cogliere le caratteristiche. La sua libertà assoluta lo rendeva inconciliabile con tutto il resto. Credo che anche lui, come me, si sentisse nel posto sbagliato. Un incompreso solitario.

A volte per poterlo osservare dovevo rincorrerlo. Un giorno si e uno no, faceva il giro di tutti i negozi per teatranti con la speranza che avessero qualcosa di troppo da regalargli. Tutti conoscevano Mona, ma non a tutti era simpatico. Tuttavia, gli era permesso visitare le varie botteghe purché non disturbasse i clienti e si limitasse ad un’occhiatina veloce. Amava il teatro. Forse il sogno nel cassetto mai realizzato. Fatto sta che la sua casa nicchia era piena delle più svariate cianfrusaglie, centinaia di oggetti rimediati grazie ai suoi “negozianti di fiducia” o trovati per strada.

Ai giorni necessari per il recupero degli attrezzi di scena si alternavano quelli per le prove, quando addobbava il suo corpo di tutte quelle cianfrusaglie, indossate insieme senza alcun senso, per esercitare la sua parte. Partendo da un punto muoveva il corpo in avanti di un passo e poi tornava al suo posto, sporgendosi ogni volta in una direzione diversa. Insieme al passo, alzava un solo braccio, altre volte tutt’e due. Occasionalmente faceva un inchino o mostrava strane smorfie del volto ai passanti indifferenti. Era preciso nel rispettare il programma, come se avesse un copione da seguire. M’incantavo ad osservarlo e notai che qualche volta mi adocchiava anche lui. Si accorgeva di avere uno spettatore. In quegli sguardi lo vedevo per un attimo uscire dal suo mondo fantastico e rivolgere l’attenzione a me: quell’essere proveniente da un altro pianeta che tentava di entrare in contatto con il suo mondo. Questo lo rendeva fiero di sé. Nacque tra noi un’interazione muta ma partecipe. Credo che emotivamente condividessimo più di quanto sembrava possibile. In qualche modo diventammo amici.

Avevo un amico.

Quella domenica c’era stato un pranzo speciale a casa mia, si festeggiava una delle tante promozioni di mio padre e c’erano dei colleghi  invitati  per l’occasione a condividere un enorme banchetto. Mia madre si era dedicata tutto il giorno all’evento: nella preoccupazione costante di assicurarsi che tutto fosse perfetto. Aveva offerto la sua vita a mio padre come una suora chiamata dalla vocazione per il suo Dio. L’avevano chiamata Benvenuta, anche se la vita non le aveva spalancato le braccia alla nascita. Sul punto di morire per un parto prematuro, era sopravvissuta conservando un’aria non molto sana anche da adulta. Come sempre, pure in quell’occasione fece sì che tutto risultasse eccellente.

Il pranzo era al termine ed io ne approfittai per sgattaiolare in strada, mentre tutti i commensali accomodati completavano con una buona grappa. Mi avvicinai alla bottega del salumiere per comprare un pezzo di tutte le caramelle che aveva nei cestini sul bancone; avevo trovato mille lire il pomeriggio precedente ed ero pronto a fare spese da solo. Con tutte le mie caramelle nelle tasche, uscii dal negozio e mi sedetti su uno dei gradoni del portone accanto, consumavo soddisfatto il mio bottino scegliendo con cura quale chicca assaggiare dopo. Da lontano vidi Mona che si agitava, era il giorno delle prove e come sempre era vestito di troppe cose: un pantalone a scacchi bianchi e neri con sopra una gonna verde a pieghe e un piccolo grembiule bianco da cameriera legato in qualche modo alla gonna. Due magliette multicolori sovrapposte, un gilet nero gessato e una giacca scura di velluto. In testa due parrucche incastrate l’una nell’altra: una bionda e una mora, le quali ormai formavano un groviglio di fili sintetici e polverosi, tanto che non se ne distingueva più la forma o il taglio. Portava una mascherina nera, alcune collane, un papillon rosso e sicuramente dimentico qualcosa.

Quel pomeriggio sembrava particolarmente eccitato, ripeteva le sue prove a ritmo incalzante, avanzava e indietreggiava dal suo punto di partenza in modo svelto, per quel che riusciva. Sporgendosi accennava rapidissimi movimenti con le braccia, che non aveva il tempo di mostrare completamente, prima di ritrarre subito a sè il piede ed il resto del corpo. Era chiaramente nervoso, ma non diedi molta importanza a quella sensazione. Lo fissavo distrattamente continuando a ciucciare le squisite caramelle, finché una scena catturò la mia attenzione. Mona si era allontanato per la prima volta dal suo punto di partenza, cominciò a camminare nella sua andatura a scatti, trascinando la gamba destra, rigida come un legno, e avanzando con la sinistra. La caramella mezza masticata che avevo in mano mi cadde a terra ma non me ne accorsi. Mona arrivò a fatica al centro della piazza, perdendo qualche elemento del costume di scena nella corsa affannata. Mentre avanzava, sembrava ragionare a voce alta, anche se in realtà non diceva nulla. Emetteva solo dei suoni, ma interpretati così bene da sembrare un monologo sensato in una lingua sconosciuta.

L’omone si era fermato nel bel mezzo della strada che divideva il piazzale in due parti, avvolgendo la fontana. Raramente ci passavano auto, era un continuo attraversamento di pedoni che tagliavano la piazza in tutte le direzioni. E poi non era un passaggio molto utile alla mobilità del quartiere. Sembrava più la perfetta scenografia per il classico vanesio di mezz’età, intento a sfoggiare la sua macchina nuova di zecca, fiero del “prestigio” raggiunto e ammirato, forse, da qualche attempata signora in costante attesa che un uomo caduto dal cielo gli atterrasse tra le braccia.

Mona portava avanti il monologo, immobile accanto alla grossa fontana di pietra, che in quel momento stavo guardando per la prima volta con così tanta attenzione. Urlava le sue ragioni al mondo in quella lingua ignota, mettendo insieme tutte le parti del copione in un’unica rappresentazione solenne. Provai uno spontaneo senso di contentezza: era la prima volta che si apriva al mondo, mostrare a tutti chi era e da dove veniva.  Era il suo momento, ma proprio in quel momento una bella macchina spuntò dall’angolo e prese la strada a passo lento. La riconobbi come una di quelle grosse auto grigio scuro con cui circolavano spesso quelli della marina militare. Il porto e la caserma non distavano molto da casa nostra.

All’improvviso s’interruppe la recitazione, l’omone aveva visto il nemico avanzare nella sua macchina da guerra diretto proprio verso di lui, ad intralciare il compimento del suo epilogo. Infilò la mano nella tasca della giacca ed estrasse una pistola. Con l’arma stretta nella mano destra, puntò l’auto affrontandola con uno sguardo intenso e minaccioso. Nessuno avrebbe potuto rovinare il suo momento. Finalmente era al centro della scena sotto le luci dei riflettori. Finalmente era qualcuno e non nessuno.

L’esordio durò pochi secondi, il tempo che impiegò l’uomo seduto al volante ad inchiodare con la macchina, scendere con un solo piede dall’auto impugnando una pistola e sparare per primo. Il corpo di Mona fece un lieve balzo all’indietro lasciandogli però la forza di premere il grilletto a sua volta. Fu così che riuscì a regalare a tutti il suo finale a sorpresa: si lascia cadere con lo sguardo fisso sulla bandierina rossa, ora srotolata e con la scritta bianca “BANG”.

Vidi Mona rimanere fermo a terra.  Era la conclusione di quell’atto unico a cui si era da sempre dedicato, interpretandolo con passione ed impeto. Riverso sull’asfalto in una posa mezza rannicchiata, sembrava ringraziare il pubblico, estasiato dal ricevere tutta quell’attenzione. Restai immobile e smarrito, ma con la certezza che qualcosa di brutto era accaduto. I colleghi di mio padre che andavano a prendere altri colleghi proprio a casa mia, avevano ucciso il mio unico amico. Era ingiusto, era tutto sbagliato.

Mi mancò osservare le sue esibizioni e mi mancò il suo mondo misterioso che non avrei più rivisto in nessun altro, che mi aveva dato modo di guardare il mondo con occhi diversi, aprendomi nuove strade possibili. Dopo quell’amico scomparve quel tipo di sincerità nelle amicizie che ebbi in seguito.

So di essere stato fortunato ad averlo conosciuto.